kintsugi

Metti dell'oro nelle tue cicatrici

 

Delle volte la vita può picchiare, e quando lo fa picchia duro.

Lutti, malattie, separazioni, licenziamenti: grandi e piccoli eventi che ti mettono alla prova, che ti portano dolore e sofferenza.

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre.” recita la famosa frase, che purtroppo spesso ci dimentichiamo.

Ma cosa fai tu delle tue battaglie, e soprattutto, cosa fai delle cicatrici che ti porti nel cuore?

Le lasci sanguinare fin quando non sono guarite?

Le ignori e aspetti che si rimarginino da sole?

 

I percorsi di guarigione dalla sofferenza, di qualsiasi tipo essa sia, possono essere trattati in diversi modi, ma dal Giappone arriva una pratica che a livello metaforico può darti uno spunto di riflessione e chissà, forse anche un nuovo modo di vedere il tuo dolore.

Il Kintsugi è un’antica pratica giapponese che consiste nel recuperare i frammenti di un vaso rotto e di rimetterli insieme con dei filamenti d’oro liquido.

Secondo quest’arte dunque un vaso rotto non va buttato, ma va valorizzato.

 

kintsugi-palleva-psicologo

 

La cicatrice di quel vaso diventa un valore aggiunto, ne racconta una storia ed in qualche modo una rinascita.

Come accade ai vasi fatti rinascere dagli abili artigiani giapponesi allo stesso modo tu puoi applicare questa filosofia su te stesso.

Il dolore infatti non è una cosa di cui provare vergogna. Ognuno di noi lo prova nella sua vita, e questa non è altro che la prima nobile verità del Buddha: la vita è sofferenza.

Tuttavia, ancora una volta la differenza sta in :“che cosa fai tu del tuo dolore?”.

Seguire la metafora del Kintsugi ti può aiutare a fare qualcosa dei tuoi pezzi rotti.

Un esempio pratico?

 

Sappiamo tutti che la fine di una relazione di coppia può abbatterci. Piangiamo, ci disperiamo, riempiamo la nostra testa di possibilità, colpe, ricordi, ecc

In una parola: soffriamo o per usare un’immagine data da Mark Manson lasciato dalla fidanzata “mi sentii come se mi avessero preso a pugni nello stomaco circa duecentocinquantatré volte.

 

E cosa fare di tutti quei pezzi di noi stessi e della nostra vita che ora sono in frantumi sul pavimento del salotto?

 

Se riesci a ricostruire te stesso e la tua relazione mettendo dell’oro in quei cocci forse la sofferenza non sarà stata così vana. In altre parole puoi imparare qualcosa dal tuo dolore, puoi trovare e forse finalmente vedere quelle che sono state le tue colpe, le tue responsabilità disattese, i tuoi errori e i tuoi fallimenti. Puoi prendere ciò che avevi di buono e valorizzare quello che hai scoperto di te stesso.

 

La sofferenza é un moto dell’anima grazie al quale ciascuno ha la possibilità di comprendere più a fondo se stesso, e quindi di migliorare, di crescere.

 

Il mio consiglio per te è di utilizzare quella sofferenza, perchè è l’unico modo che hai per rialzarti in piedi più “prezioso” di prima.

 


In chiusura un piccolo e semplice esercizio.

Ripensa ad una qualche ferita che ti porti ancora nel cuore. Non deve essere per forza un trauma o una cosa molto grande. Una ferita piccola, ma che per te è ancora viva.

Quando l’hai focalizzata torna a guardare l’immagine del vaso poco sopra e chiediti semplicemente:

Cosa avrei potuto mettere in quella ferita per darle una nuova bellezza?”.

 

 

 

Articolo scritto da Dott. Mattia Palleva
Psicologo Psicoterapeuta

2 thoughts on “La metafora del Kintsugi

  1. Rispondi
    Alessandra Petrone - 2 Giugno 2019

    Carissimo il kintsugi è affascinante. È realmente più bello del vaso intatto. Lo uso anche io come metafora del trauma. Un abbraccio forte. Alessandra

  2. Rispondi
    Mattia Palleva - 3 Giugno 2019

    Grazie Alessandra! Un abbraccio anche a te! 🙂

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