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"Le identità compensatorie"

 

Il lavoro terapeutico spesso coincide con un viaggio alla scoperta dei molti strati che una persona presenta.

Fritz Perls, fondatore della psicoterapia della Gestalt usava il termine “sbucciare la cipolla” per indicare appunto questo processo.

Come una cipolla ognuno di noi ha costruito nel tempo una moltitudine di strati: traumi, eventi di vita, aspetti caratteriali, ecc. ogni singolo strato funziona come una sorta di corazza di protezione del nostro ego.

E per restare nella metafora di Perls sappiamo che più si sbuccia la cipolla più si piange.

Tuttavia questo è il prezzo necessario se si vuole in qualche modo aiutare la persona a risolvere i problemi che la fanno soffrire. La terapia infatti è un lavoro con la verità, e la verità non ha bisogno di maschere.

 

Uno di questi strati come li abbiamo definiti e, a mio avviso, una delle modalità di lavoro più potenti con le quali è possibile portare la persona verso il vero cambiamento e il benessere psicologico, è l’identità compensatoria.

 

Per comprendere ancor meglio il significato delle identità compensatorie userò in questo articolo alcune citazioni di un autore che a modo suo ha esplorato a fondo le molteplici forme di identità che vivono dentro di noi: Luigi Pirandello.

 

pirandello_gestalt_mattia palleva psicologo

 

“Il guaio è che come ti vedo io, non ti vedono gli altri! E allora, caro mio, che diventi tu? Dico per me che, qua di fronte a te, mi vedo e mi tocco - tu, per come ti vedono gli altri - che diventi? - Un fantasma, caro, un fantasma! - Eppure, vedi questi pazzi? Senza badare al fantasma che portano con sé, in sé stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! E credono che sia una cosa diversa....”

 

 

Il ruolo che interpreti

 

L’identità compensatoria non è altro che un ruolo (o insieme di ruoli) che interpretiamo nella vita di ogni giorno.

Prova a pensare alla tua cerchia di amici, parenti o conoscenti:

 

 

Quasi sicuramente ci sarà quello che scherza sempre, oppure quello che si sacrifica sempre per gli altri, ci sarà la persona particolarmente ligia al dovere o a rispettare le regole, ci sarà il ribelle invece che non le segue affatto, oppure la persona che tende ad usare la seduzione in ogni occasione.

 

Centinaia di ruoli, anzi potremmo quasi dire che possono essere infiniti.

 

 

Questi ruoli sono appunto le identità compensatorie. Ognuno di noi ne ha diverse, chi più chi meno.

mattia palleva psicologo ruoli

Si possono vedere semplicemente dall’atteggiamento della persona, dal suo comportamento esterno visibile.

 

Ma non solo, come abbiamo detto all’inizio, sono maschere ma non “finzioni” nel vero senso del termine: sono ruoli che recitiamo all’esterno per gli altri, ma ai quali anche noi stessi crediamo fermamente.

Sono una parte dell’immagine che abbiamo di noi stessi, una parte appunto della nostra identità.

Se vuoi approfondire questo tema con un film particolarmente lisergico ma sicuramente d'impatto ti consiglio "Essere John Malkovich" di Spike Jonze.

 

 

“Questa loro realtà [...] essi ci respirano dentro, la vedono, la sentono, la toccano!” 

 

Proprio per questo, il lavoro con le identità compensatorie deve essere fatto con delicatezza: lo scopo finale infatti non è cancellare, eliminare o far perdere quell’identità alla persona, ma bensì dargli la possibilità di conoscerne di nuove da poter usare quando è più opportuno.

 

A cosa serve l'identità compensatoria?

 

Il ruolo delle identità compensatorie è fondamentalmente quello di farci tollerare l’angoscia esistenziale che deriva dalla nostra infanzia, dal distacco dalla madre.

Per reggere questa angoscia sviluppiamo il carattere, che è una macro-corazza con alcuni tratti distintivi e delle identità specifiche che ci servono nelle varie situazioni della vita.

Lo facciamo tutti noi. 

 

“Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.” 

 

L’identità quando è radicata e giocata costantemente, in maniera del tutto inconsapevole, puo’ arrivare a mangiare tutto. La persona diventa la sua identità.

In altre parole l’attore diventa la sua stessa maschera.*

 

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*Sull'argomento dell'identificazione patologica posso suggerirti un film ricco di spunti: "Man On the Moon" con Jim Carrey e soprattutto il relativo documentario sulla realizzazione "Jim & Andy".

 

Questo accade perché le nostre identità ci difendono dalle difficoltà e ci aiutano a muoverci nel mondo. Soprattutto sono una sorta di guida interna dei nostri atteggiamenti quando usciamo dalla nostra comfort zone.

Le identità compensatorie ci danno: 

 

  1. Sicurezza: io sono questo
  2. Potere: questo ruolo è la mia forza
  3. Orientamento: guida le mie azioni nel mondo
  4. Piacere: dato dalla rassicurante somma delle precedenti

 

“Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre «qualcuno». Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere «nessuno». ”

 

L’identità compensatoria in sé dunque è un salva vita: ci permette nelle situazioni di difficoltà di mettere una sorta di pilota automatico. L'identità compensatoria va rispettata, va amata. E` un ruolo che aiuta nella vita ma è necessario vedere se è inserito nella cornice giusta, nello spazio e nel tempo.

In altre parole quando il ruolo è fisso nascono i problemi.

 

Riprendendo uno degli esempi dell’inizio immagina una persona che scherza sempre. Quello è il suo ruolo, la sua zona di comfort, il suo territorio. Se il suo ruolo è solo quello, se conosce solo quella modalità li potrà fare il simpatico con battute fuori luogo anche in cornici non appropriate: ad esempio durante un colloquio di lavoro o peggio ad un funerale.

Stesso discorso per un manager: se conosce solo quella “maschera” tenderà ad indossarla anche al di fuori del lavoro, ad esempio nelle cornici affettive come la coppia o la famiglia

 

Queste sono solo semplificazioni anche banali dei rischi che uno scarso ventaglio di ruoli interpretabili può avere.

 

“Ogni cosa finché dura porta con sé la pena della sua forma, la pena d'esser così e di non poter essere più altrimenti.”

 

L' identità compensatoria ci fa vivere in una sorta di mito in cui viene raccontata sempre la stessa storia.

I fatti dovrebbero darci delle indicazioni nuove di cambiamento ma noi seguiamo sempre lo stesso copione, schiacciati dentro le nostre stesse narrazioni.

 

“La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.” 

 

Giovanni Paolo Quattrini, uno dei massimi esponenti della Gestalt in Italia ha usato questa metafora: la realtà è come una sfera. Possiamo raccontare la stessa storia ma da angolazioni diverse senza fissarci in un singolo frammento. Questa è la vera ricchezza.

Giocando più personaggi è possibile quindi uscire dalle nostre nevrosi e migliorare la nostra vita: che siano sei o centomila, in questo caso, l’autore puoi essere solo tu.

 

Mattia Palleva psicologo identità

 


 

I brani sono tratti da:

"Uno, nessuno, centomila" (Einaudi, Torino 1994)
"Il fu Mattia Pascal" (Einaudi, Torino 1993) 
"Così è se vi pare" (BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 10 gennaio 2007)

 

 

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Articolo scritto da Dott. Mattia Palleva
Psicologo Psicoterapeuta

4 thoughts on “Uno, nessuno, centomila: le identità compensatorie

  1. Rispondi
    Andrea - 14 Marzo 2019

    Bell’articolo, davvero molto interessante!

    1. Rispondi
      Mattia Palleva - 19 Marzo 2019

      Grazie Andrea 🙂

  2. Rispondi
    Anna - 19 Marzo 2019

    Articolo,sobrio, chiaro e che offre spunti di riflessione e possibili approfondimenti ulteriori. Grazie, Anna.

    1. Rispondi
      Mattia Palleva - 19 Marzo 2019

      Grazie Anna 🙂

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